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TILLANDSIE, LE PIANTE DEL NOSTRO FUTURO

Sarà capitato a tutti di osservare con curiosità delle modeste piantine attaccate a pezzetti di pietra, in vendita anche in negozi di oggettistica, che mostrano la stravagante caratteristica di non aver bisogno di terra e di essere quindi capaci di vivere solo d’aria.

Non tutti però sanno che questo singolare genere di piante, di cui esistono più di cinquecento tipi, non ha bisogno neppure d’acqua, se non una leggera nebulizzazione ogni tanto.

Si configurano quindi come piante che, pur avendo ciuffi di foglie dalle varie forme, dimensioni  e sfumature di verde e pure bellissime e colorate fioriture, non necessitano in realtà di cure particolari e sono quindi molto adatte a chi, pur amando il verde in casa o sul terrazzo vede regolarmente vanificato questo desiderio di natura dalle esigenze seppur modeste che tutte le piante hanno. Come tutti sappiamo esse cercano di comunicarci con troppa discrezione  il loro bisogno di acqua, di luce o di nutrimento abbassando le foglie arricciandole poi fino purtroppo a seccarsi del tutto.

E stata perciò una piacevole sorpresa, per me che non avevo mai approfondito la conoscenza di queste strane creature viventi, che tra l’altro vedevo sempre appese a ciuffi sulle terrazze liguri nella mia giovinezza, trovare un giorno, in occasione di una bella manifestazione floreale del FAI, un’intera esposizione delle molte tipologie di quelle che scientificamente si chiamano Tillandsie.

Oltre a stupirmi per la quantità di forme diversissime tra di loro, ho potuto capire che queste belle piante della famiglia delle Bromeliacee hanno scelto di vivere liberamente senza la necessità di trarre dalla terra e dall’acqua gli alimenti che sono loro necessari, scegliendo nella loro vicenda evolutiva semplicemente di appoggiarsi dove capita: muri, alberi, fili della luce, rocce o ringhiere di casa, arricchendo di verde qualunque luogo luminoso, sia all’interno che all’esterno degli edifici.

Questa proprietà è dovuta ai loro tricomi, che si presentano come squame sulle foglie dal colore grigio argento che donano loro una sfumatura particolare, i quali oltre a proteggere la pianta dai raggi solari assorbono l’acqua e i sali minerali disciolti nell’aria per il suo nutrimento, ragion per cui sono chiamati “tricopompa”. Esse inoltre non disdegnano neppure di nutrirsi dei microrganismi che si trovano sulle loro foglie e che hanno anche l’importante ruolo di fissare l’azoto su di esse.

Ho scoperto tra l’altro che queste piante uniche nel loro genere si trovano specialmente in Liguria, in quanto i legami di questa terra di mare con il Sud America, così forti in questi ultimi secoli, hanno permesso questo passaggio  e pacifica invasione specie da alcune regioni come l’Argentina dove è possibile vederle in ogni luogo e con le loro forme diverse far bella mostra di sé e dei loro minuscoli ma coloratissimi fiori.

La loro capacità di adattamento ne ha fatto piante per tutti i climi e per tutte le latitudini già ai tempi dei  Maya che ne ornavano i templi e le case molto prima che stupissero gli uomini sbarcati insieme a Cristoforo Colombo, che non capivano come una pianta potesse avere foglie di colori e forme totalmente diverse solo perché coperta da tillandsie di diverse qualità, che erroneamente essi hanno creduto parassite.

I naturalisti europei le scoprirono e le studiarono solo dal 1623 grazie all’impegno del botanico svizzero Gaspar Bonfin e solo un secolo più tardi avranno un nome grazie al naturalista svedese Carl Von Lime, ma solo nel 1904 il tedesco Carl Mez comprende pienamente attraverso i suoi studi il sistema di vita  e la fisiologia di queste epifite.

Ma le sorprese non sono ancora terminate perché solo recentemente studiosi dell’università di Bologna e di Firenze hanno dimostrato l’eccezionale capacità delle Tillandsie di assorbire gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), frutto dell’incompleta combustione di benzina e gasolio.

Questi pericolosissimi inquinanti di accertata attività cancerogena sono prodotti sia dal traffico che dal riscaldamento domestico come pure dall’attività industriale, ed inquinano sistematicamente l’aria che respiriamo.

Si è quindi ipotizzato di utilizzare interi pannelli di questa pianta come bio-rivelatori da sistemare nei punti di più intenso traffico perché oltre a fornire ragguagli sullo stato dell’aria potrebbero ripulirla e abbellire con scorci di natura le nostre città a volte così asfittiche e respingenti.

Ma altre ricerche che sono in corso negli Stati Uniti dicono che molti altri sono gli agenti inquinanti che le Tillandsie riescono ad assorbire come il radon o l’ozono nonché il fumo delle sigarette, cosa che renderebbero estremamente utile sistemarle nelle nostre case.

Anche per combattere la SBS (sick building syndrome), sindrome da edificio malato, che può provocare tanti disturbi al nostro organismo, dall’affaticamento all’emicrania fino ad irritazioni varie ed altro ancora, specie nei moderni edifici delle grandi imprese o degli ospedali, dove il sistema di areazione sappiamo che può provocare danni veramente seri al nostro organismo, tanto che anche la Nasa le ha utilizzate nelle navicelle spaziali per rendere meno tossico l’ambiente.

 

Se teniamo conto della facilità delle tecniche di coltivazione e della grande capacità di adattamento di queste piante (anche se esse non amano essere spostate una volta ambientate) non si comprende come mai non siano ancora diventate di larga diffusione come compagne gentili e laboriose tra le nostre mura domestiche o sul lavoro, visto che danno tanto chiedendo così poco in cambio.

Soprattutto non richiedono neanche il nutrimento più comune per tutto il mondo vegetale che è l’acqua e che già ora mediante circolari comunali ci viene chiesto di non utilizzare per curare i nostri giardini a causa della sua scarsità in certi periodi dell’anno e che sappiamo che in futuro diventerà sempre più preziosa.

Grazie alle tillandsie non dovremo più pensare di rinunciare neanche in futuro alle nostre amiche verdi.

Data: martedì 20 agosto 2019
Autore: Maria Antonietta Porfirione
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